Nel corso dei secoli, la penisola di Ancarano ha collegato la terraferma e il mare, l’Istria e Trieste, l’agricoltura e l’attività termale. Il suo passato è ancora oggi testimoniato da siti archeologici, mura monastiche, antichi parchi, strutture militari e paesaggi culturali.
Man mano che ci avviciniamo ad Ancarano da Capodistria, il paesaggio inizia a cambiare in modo quasi impercettibile. La città e l’area portuale lasciano il posto a viali alberati, giardini, vigneti e alla vista sul Golfo di Trieste. Tra il mare e le pendici del promontorio di Milje si trova un luogo che oggi è soprattutto la dimora dei suoi abitanti, ma allo stesso tempo anche un centro termale, turistico e di tutela ambientale.
Ancarano è un comune giovane, ma la sua storia è molto più antica dell’insediamento moderno. Nel paesaggio si sono conservate, strato dopo strato, le tracce delle comunità preistoriche, della presenza romana, dell’economia monastica medievale, del mondo veneziano, delle istituzioni sanitarie asburgiche e degli interventi militari del XX secolo. Questa storia non è raccontata da un unico grande monumento. È disseminata su tutta la penisola: nei resti di antiche vie, fattorie, ville e moli, negli alberi secolari, nelle mura, nei nomi dei luoghi e nel modo in cui l’uomo si è adattato al mare e alla terra nel corso del tempo.
Uno spazio di transizione
I versanti meridionali del promontorio di Milje erano attraenti per l’insediamento già per la loro posizione. I terreni esposti al sole, il clima relativamente mite, l’accesso all’acqua dolce e la vicinanza al mare consentivano la vita, la produzione di cibo e i collegamenti con altri insediamenti dell’Adriatico settentrionale.
A testimonianza del primo insediamento dell’area più ampia vi sono i castelli preistorici, detti anche «kaštelirji». Tra i siti più importanti vi è l’area nei pressi di Elerji, dove le popolazioni scelsero una posizione naturalmente protetta e panoramica. Tali insediamenti fortificati non erano avamposti isolati, ma facevano parte di una fitta rete di comunità che vivevano lungo le vie di comunicazione tra l’entroterra dell’Istria e la costa.
In epoca romana l’importanza dell’area aumentò ulteriormente. Attraverso l’area circostante passava un asse di comunicazione che oggi associamo alla via romana Via Flavia. Lungo di essa sorsero tenute rurali, edifici agricoli e punti di controllo. I reperti archeologici rinvenuti sulla penisola e nel suo immediato entroterra dimostrano che questa parte della costa non era una zona periferica del mondo romano, bensì un’area attiva dal punto di vista della produzione agricola, dei trasporti e dei collegamenti marittimi.
I Romani conoscevano bene il valore della terra istriana. Gli ulivi e la vite, che ancora oggi caratterizzano l’aspetto della penisola, vantano in questa zona una lunga tradizione. L’insediamento umano è cambiato nel corso dei secoli, ma il rapporto fondamentale tra l’uomo, i pendii fertili e il mare è rimasto immutato.
Il monastero attorno al quale si è sviluppata la regione
Tra i principali motori dello sviluppo medievale figurava il monastero benedettino di San Nicola. In quest’area, nota nelle fonti più antiche anche come Oltra o d’Oltra, sorgeva già un edificio ecclesiastico nel X o XI secolo. Nel 1072 il vescovo di Trieste cedette il possedimento ai benedettini di Venezia.
Il monastero non era solo un luogo di preghiera. Era il centro religioso, economico e organizzativo di un vasto possedimento. I benedettini gestivano la terra, incoraggiavano la coltivazione dei vigneti e degli uliveti e insediavano coloni, tra cui anche immigrati provenienti dal Friuli. Intorno alla tenuta monastica si formarono fattorie, sentieri, terreni coltivati e altri elementi del paesaggio culturale, che influenzarono in modo significativo l’aspetto successivo di Ancarano.
L’odierno complesso monastico non è, ovviamente, un residuo immutato dell’XI secolo. Nel corso dei secoli gli edifici sono stati ricostruiti, ampliati e adattati a nuovi usi. Proprio per questo il complesso è prezioso: in esso non si riflette un unico periodo, ma una lunga sequenza di interventi, dall’uso monastico ed ecclesiastico alle successive funzioni residenziali e turistiche. In una parte dell’ex complesso opera oggi l’Hotel Convent.
La vita monastica si indebolì nel XVII secolo. Le epidemie, le condizioni economiche e il declino della comunità lasciarono il segno, e gli ultimi monaci abbandonarono il monastero nel 1641. La proprietà passò in seguito in altre mani e assunse nuove destinazioni d’uso. Il monastero cessò così di essere il centro della comunità monastica, ma non scomparve dalla vita del luogo.
Fattorie, ville e lavoro nei campi
Per lunghi secoli la penisola di Ancarano è stata prevalentemente rurale. Tra vigneti e uliveti sorgevano fattorie, piccoli insediamenti e fabbricati agricoli. Il lavoro seguiva il ritmo delle stagioni: la potatura della vite, la vendemmia, la raccolta delle olive, la cura del bestiame e la coltivazione degli orti scandivano la vita quotidiana.
Il paesaggio, che oggi spesso percepiamo soprattutto come una verde cornice di una località costiera, è il risultato del lavoro instancabile di numerose generazioni. Muri a secco, terrazzamenti, sentieri carrai, sorgenti d’acqua e piantagioni di alberi fanno parte di questo patrimonio tanto quanto gli edifici più grandi.
Nelle tenute più ricche sorsero ville e residenze di villeggiatura. La vicinanza a Trieste e a Capodistria fece sì che la penisola non fosse isolata, ma collegata alla vita cittadina, al commercio e al più ampio contesto culturale. In esso si incontravano influenze slovene, italiane e istriane, come si evince anche dai toponimi, dall’architettura e dall’identità bilingue del territorio. Nel comune vive ancora oggi una comunità nazionale italiana autoctona, mentre lo sloveno e l’italiano fanno parte della vita pubblica e culturale del luogo.
Tra i resti più modesti, ma eloquenti, dell’antico stile di vita vi è il forno pubblico lungo la Strada Adriatica. Strutture di questo tipo non erano monumentali, ma erano importanti per la comunità. Ricordano un’epoca in cui la vita si svolgeva in una più stretta interdipendenza tra vicini, fattorie e attività comuni.
Il lazzaretto e una nuova visione di ambiente salubre
Nel XIX secolo la penisola assunse un nuovo ruolo sanitario. Nella parte più a nord-ovest, lungo la baia di San Girolamo, fu costruito un lazzaretto. La scelta della posizione non fu casuale: l’area era accessibile dal mare, ma al contempo sufficientemente distante dai centri abitati più densamente popolati. Lo scopo di tali istituzioni era il controllo delle malattie infettive, dei viaggiatori e delle merci che arrivavano via mare.
Nel 1869 l’imperatore Francesco Giuseppe visitò il lazzaretto. Ancora oggi, i resti storici presenti nell’area al confine tra Slovenia e Italia testimoniano l’importanza che il complesso rivestiva un tempo.
Nello stesso secolo iniziò a cambiare anche l’atteggiamento nei confronti del clima costiero. Il mare, il sole, l’aria e l’ambiente tranquillo non erano più considerati solo come caratteristiche del paesaggio, ma come fattori in grado di favorire la guarigione. Da questa convinzione si è sviluppata una tradizione termale che ha segnato Ancarano in modo più marcato rispetto alla maggior parte delle altre località della costa slovena.
Valdoltra e gli albori dell’ortopedia moderna
La pietra miliare più importante della storia della sanità è l’anno 1909. In quell’anno fu inaugurato a Valdoltra il Sanatorio costiero, destinato principalmente ai bambini affetti da tubercolosi ossea e articolare e da altre patologie ortopediche. La struttura accolse ufficialmente i primi pazienti, 28 bambini provenienti dall’ospedale di Trieste, il 21 dicembre 1909.
Per gli standard dell’epoca si trattava di una struttura sanitaria all’avanguardia. La cura si basava su procedure mediche, interventi chirurgici, un’alimentazione adeguata e sulla convinzione che l’ambiente marino, il sole e l’aria fresca favorissero la guarigione.
Nel tumultuoso XX secolo l’ospedale ha cambiato più volte la propria struttura organizzativa e il proprio nome. Dopo la prima guerra mondiale è stato ricostruito con l’aiuto della Croce Rossa americana, mentre nel 1920 è stato rilevato dalla Croce Rossa italiana. Dopo la seconda guerra mondiale ha funzionato come istituto per la cura della tubercolosi osso-articolare, ma con il declino di questa malattia si è gradualmente riorientata verso l’ortopedia. Il nome «Ospedale ortopedico Valdoltra» è in uso dal 1961.
Valdoltra non è solo una struttura sanitaria, ma anche una parte importante dell’identità di Ancarano. Generazioni di abitanti sono state legate all’ospedale in qualità di dipendenti, pazienti, familiari o vicini. I padiglioni storici e il parco costituiscono uno spazio caratteristico in cui si intrecciano medicina, architettura e progettazione paesaggistica.
Guerra, confini e vestigia militari
La posizione strategica all’imbocco del Golfo di Trieste ha reso la penisola, nel corso del XX secolo, più volte oggetto di interesse militare. Sui pendii e lungo la costa sono ancora oggi conservati bunker, postazioni di tiro, trincee, punti di osservazione e altre strutture difensive.
Non tutti sono stati realizzati nello stesso periodo né appartenevano necessariamente allo stesso sistema difensivo. Non è quindi opportuno considerarli come un unico monumento. Nel loro insieme, tuttavia, testimoniano la militarizzazione dell’ampio territorio di confine e costiero prima della seconda guerra mondiale, durante il conflitto e nei decenni in cui il futuro confine di Stato era ancora oggetto di controversie politiche.
Il loro valore odierno non sta nell’esaltazione della guerra. Sono un promemoria tangibile del fatto che la pace, che oggi lungo la costa diamo per scontata, è stata più volte interrotta. Visit Ancarano cita, tra i resti caratteristici presenti sulla penisola, bunker, postazioni di tiro, trincee e una torre di avvistamento.
In occasione delle future presentazioni, sarebbe opportuno distinguere chiaramente, in relazione a queste strutture, tra dati verificati, tradizione orale locale e ipotesi sul singolo utilizzo militare. Solo così è possibile presentarle in modo responsabile e storicamente corretto.
Da centro di convalescenza a località turistica
L’attività termale ha aperto la strada anche al turismo. Il clima mite, la posizione sul mare e i dintorni verdeggianti attiravano visitatori sulla penisola già prima dello sviluppo del turismo di massa del dopoguerra.
L’ex complesso monastico è stato trasformato in struttura alberghiera; gradualmente sono sorti stabilimenti balneari, campeggi, strutture ricettive e impianti sportivi. Adria è diventata una delle zone turistiche più riconoscibili di Ancarano, mentre Debeli Rtič è rimasto legato alle attività termali e giovanili della Croce Rossa.
Il turismo ha portato alla località posti di lavoro e notorietà, ma anche una questione che rimane attuale: quanti interventi può sopportare un piccolo spazio costiero senza perdere le proprie qualità naturali e di vivibilità? Per Ancarano non si tratta di una discussione astratta. La costa è breve, la pressione sui terreni è elevata e gli interessi dei residenti, dei visitatori, del porto, della sanità, del turismo e della tutela ambientale si scontrano spesso in pochi chilometri quadrati.
Una natura che non è solo uno scenario
La natura di Ancarano non è una natura selvaggia e incontaminata, bensì un intreccio di processi naturali e dell’influenza umana. Proprio per questo è ancora più sensibile.
Tra Santa Caterina e San Nicola si estende una prateria salata mediterranea. Si tratta di un litorale limoso, umido e poco profondo, dove prosperano piante halofile. L’area è importante anche per gli uccelli e, data la sua delicatezza, è accessibile tramite un sentiero sopraelevato in legno. Le fonti turistiche ufficiali la descrivono come l’unica prateria di questo tipo in Slovenia e una delle poche sulla costa adriatica orientale. È un bene naturale di importanza nazionale e fa parte della rete Natura 2000.
Un’altra area naturale protetta di rilievo è Debeli rtič. Nel giugno 2018 il Comune ha dichiarato l’area più ampia parco paesaggistico. Esso comprende la penisola tra le baie di Valdoltra e di Sv. Jernej, la baia di Sv. Jernej e la fascia marina lungo la costa. Sono caratteristici le scogliere di flysch, le piattaforme di abrasione, il mare poco profondo, i canneti, i residui boschivi e gli habitat marini.
Il parco paesaggistico non è uno spazio chiuso, destinato esclusivamente agli esperti. È un luogo dove passeggiare, fare il bagno, imparare e rilassarsi. Tuttavia, proprio l’afflusso massiccio di visitatori può mettere a rischio ciò per cui le persone vi si recano. La tutela, quindi, non è in contrasto con l’utilizzo dello spazio, ma è una condizione affinché anche le generazioni future possano goderne.
Il comune più giovane con una lunga storia
Il Comune di Ancarano è stato istituito con decisione della Corte costituzionale del 9 giugno 2011. Le prime elezioni locali si sono tenute il 5 ottobre 2014, il consiglio comunale si è costituito il 22 ottobre dello stesso anno e il Comune ha iniziato a svolgere autonomamente le proprie funzioni il 1° gennaio 2015.
L’espressione «il comune più giovane della Slovenia» è quindi corretta, ma può nascondere l’essenza della questione. Ancarano come comunità non è nata nel 2011. In quell’anno ha acquisito un quadro comunale autonomo, mentre la sua identità sociale, culturale e storica si è formata nel corso di un periodo molto più lungo.
Per i cittadini e le cittadine, l’istituzione del comune non è stata solo un cambiamento amministrativo. Ha significato la possibilità per la comunità locale di decidere in modo più diretto sul territorio, sulla costa, sui servizi pubblici, sul patrimonio culturale e sulle modalità di sviluppo. Proprio la questione del territorio rimane al centro dell’attualità di Ancarano: come preservare la qualità della vita, l’accessibilità al litorale e i valori naturali, consentendo al contempo lo sviluppo del territorio.
Un luogo da scoprire con calma
Ancarano non può essere compresa solo attraverso le date. Il modo migliore per scoprirne la storia è immergersi nei suoi spazi.
Il monastero racconta dei benedettini e dei secoli di coltivazione della terra. Valdoltra parla dello sviluppo della medicina e delle malattie del passato, che determinavano la vita dei bambini e delle famiglie. Il lazzaretto ricorda l’epoca in cui l’arrivo di una nave era legato anche al timore delle epidemie. I bunker testimoniano la guerra e i confini incerti. La prateria salata e Debeli Rtič, invece, dimostrano che il patrimonio naturale, una volta perduto, è insostituibile.
L’Ancarano di oggi è al tempo stesso un luogo di residenza, un comune, una destinazione turistica, un centro sanitario e un delicato ecosistema costiero. La sua particolarità non risiede in un’unica attrazione, ma nella vicinanza di tutto: il mare e i vigneti, l’ospedale e la spiaggia, il monastero e il campeggio, la scogliera protetta e la vita quotidiana.
È proprio in questa densità che risiede il suo valore più grande. La penisola di Ancarano non è uno spazio vuoto in attesa di un nuovo contenuto. È un paesaggio già scritto. Il compito delle generazioni attuali non è quello di congelarlo nel passato, ma di comprenderlo, integrarlo con cura e tramandarlo senza cancellarne alcun capitolo.

